Storia

Il vino dei Ronchi

Mi ha sempre meravigliato leggere nei testi di due secoli fa che il vino bianco di Chiavenna faceva saltare il tappo delle bottiglie. E la mia meraviglia nasceva dal vino dei Ronchi che conoscevo e che mi toccava di bere quando passavo da qualche crotto lungo i terrazzi del pendio. “L’é del mè”, mi diceva il produttore. Certo che era del suo e me ne accorgevo tanto era aspro, anche se il fresco del crotto me lo rendeva accettabile. Una produzione familiare e dura la sua parte, che negli ultimi secoli era diventata un secondo lavoro, dopo quello in fabbrica. A me non piace chiamarlo eroico, come si fa oggi, in un’epoca di spettacolarizzazione. Non è e non era nel nostro costume, fatto – almeno un tempo – di fatiche silenziose, senza esibizionismi. E quello che mi offrivano sui Ronchi con giusto orgoglio era il loro vino, prodotto con il lavoro nei ritagli di tempo perché non potevano vivere di quelle poche viti e quel che ne usciva serviva per la famiglia.

Adesso è maturato il tempo per ridare anche al vino di Pianazzòla quel che si merita, dopo l’abbandono della montagna a partire dall’ultimo dopoguerra. Eppure ha una ricca storia alle spalle, documentata a partire dall’XI secolo, quando compaiono i primi documenti scritti. E il pendio di Pianazzòla la faceva da padrone. In particolare il “mons Sancti Johannis” cioè il monte di San Giovanni, nominato la prima volta nel 1169, ma anche quello chiamato “de Mole” che troviamo sei anni prima nella stessa zona. Il primo prende il nome dalla chiesa al piede del pendio detta “a Pedemonte” fino all’Ottocento, con un toponimo trasparente; il secondo da uno dei tanti molini che dovevano esistere in zona lungo il fiume Mera e i tanti canali derivati. Il 1169 è anche l’anno in cui i canonici di San Lorenzo in Chiavenna cominciarono a “roncare”, cioè a dissodare e rendere coltivabile il pendio “de Sancto Johanne”. Ed è assai probabile che il lavoro servisse per impiantarvi viti, così come fecero i monaci benedettini di Dona a Prata nel quarto decennio del XIII secolo, sostituendo i castagni con le viti.

Nel XIX secolo Chiavenna si afferma nella produzione artigianale e anche in quella del vino con l’apertura di importanti cantine vinicole, generalmente fondate da persone giunte da altre regioni, beneficiando commercialmente della posizione di Chiavenna, allora lungo la via più diretta tra la Pianura Padana e il centro Europa. Risale a questo secolo la caratteristica torretta voluta sul primo pendio di San Giovanni a segnalare una produzione di qualità, ora restaurata dalla nuova cantina “Balze Grigie”.

È l’ingresso di una serie di terrazzamenti che sono stati ripuliti e restaurati, conservando loro le caratteristiche di muretti a secco, costruiti dai nostri avi portando a spalle e pietre e terra e, contemporaneamente, bonificando un pendio altrimenti soggetto a frane e smottamenti.

Nasce così un vino di nicchia, in un periodo di riscoperta dei prodotti naturali e della qualità, ottenuta sul terreno baciato dal sole e da secoli votato alla vite, con l’apporto fondamentale di metodologie scientificamente provate ed ecocompatibili.

Professor Guido Scaramellini
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